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I PERSONAGGI LUCANI


Nicola Coviello | Emanuele Gianturco

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NICOLA COVIELLO

Non si può ritrarre la compiuta figura di Nicola Coviello, senza parlare della sua famiglia e dell’ ambiente in cui egli visse. Egli nacque a Tolve, addì 2 marzo 1867, da genitori aviglianesi, ma si considerт sempre aviglianese, anche perchй il padre, pretore, fu ben presto trasferito a Gen­zano, e nessuno della famiglia ebbe mai piщ occasione di tornare in Tolve.

Rimasto orfano, in ancora tenera etа, della madre, non gli mancarono il sorriso e la tenerezza della vec­chia nonna. Gli mancarono perт gli agi della vita, perchй suo padre aveva soltanto ricchezza d’ingegno. Di umile famiglia aviglianese, Domenico Coviello fu un nobile esempio del self-made man. Con tenace la­voro, e senza guida di maestri, traendo da una vec­chia libreria di uno zio prete qualche libro, riuscì a compiere la sua educazione classica, e quindi ad ad­dottorarsi in legge, la qual cosa parve a quei tйmpi quasi miracolosa, perchй nessuno lo aveva visto andare a scuola.

E per veritа egli aveva cosi squisito senso giuridico e concetti tanto precisi e sicuri, da destare 1’ ammi­razione dei colleghi e degli avvocati, i quali sapevano che le sue sentenze erano informate alla piщ rigorosa giustizia. Senonchè il merito principale di Don Do­menico fu di avere atteso all’ educazione dei suoi fi­gliuoli Nicola e Leonardo, e di essere stato loro mae­stro nelle classi ginnasiali, essendo stato, per il suo ufficio, costretto a vivere in paesi privi di scuole medie. Egli pertanto divise la sua attivitа tra 1’ amministra­zione della giustizia e 1’ istruzione dei suoi figli; e i due compiti assolse con rara competenza, cui fu giusto compenso il piщ ampio successo. Inoltre ai figli suoi egli non soltanto insegnт le lettere e le scienze, ma ne plasmт il carattere, e li avvezzт a confidare nella santa virtщ del lavoro, e a sperare solo da essa il successo. E a tali principii i figli non vennero mai meno.

La vita di Nicola Coviello è una serie continua di duri sacrifici e di nobili aspirazioni, coronate dal piщ ampio successo. Egli visse in una piena comunione di vita e di affetti col fratello Leonardo, un altro insigne campione della scienza civilistica italiana: dacchè cominciarono gli studi a Napoli, fino all’ ultimo respiro di Nicola. Insieme soffrirono il vuoto della solitudine, in Napoli festante e spensierata, che per essi, come per tutti i giovani provinciali, ricchi soltanto di volontа e di ir~­gegno, e privi di amicizie e di parentele, era un de­serto di uomini, secondo I’ immaginosa frase di Vietor Hugo. Insieme conobbero le privazioni di ogni diver­timento, di ogni uso, poichè assai poco il padre loro poteva sottrarre per essi dal misero stipendio di ma­gistrato. Insieme conobbero le ansie di un avvenire, che si presentava difficile e incerto, perchй erano sempre vissuti umili e solitari.

Ma quando Emanuele Gianturco conobbe i rarissimi pregi della mente e del cuore di entrambi, e li rin­corт con la sua parola vibrante di viva simpatia, come ad un tratto si mutт la loro vita I Essi poterono confidare nel prossimo avvenire, alla cui conquista rivol­sero gli studi continui, le volontа tenaci, gli altissimi ingegni. E il premio ambito e meritato non tardт a coronare le loro legittime speranze! Laureatisi entrambi in legge, Leonardo ben presto si avviт alla professione forense, alla quale lo portava il suo carattere battagliero, il ~o ingegno critico acu­tissimo; Nicola alla carriera giudiziaria, al cui porмcorso riuscì primo. Entrambi perт avevano la passione del­1’ insegnamento, sicchй dopo soli tre mesi di Uditore, presso la Cassazione di Napoli, Nicola Coviello presentò le sue dimissioni, che raccolsero 1’ unanime con­senso di quanti lo conoscevanа e lo stimavano. Pre­siedeva in quel momento la Corte Suprema Raffaele La Volpe, uno degli ultimi superstiti dell’antica ma­gistratura napoletana, falange serrata contro ogni su­pruso per il trionfo della giustizia. Nel trasmettere al Ministro del tempo le dimissioni del Coviello, il La Volpe si compiacque esprimere l’avviso che esse erano effetto di matura e saggia risoluzione, perchй un gio­vane di cosм vasta coltura non poteva intristire nella ‘lunga e grama carriera giudiziaria, allora, sopratutto, la Cenerentola delle carriere!

Uscito dalla magistratura, Nicola Coviello fece istanza per la libera docenza per esami in diritto civile nella  Universitа di Napoli. Aveva allora appena 23 anni, e, perchè era molto timido e non aveva mai parlato in pubblico, il fratello Leonardo e gli amici erano un po’ preoccupati, te­mendo che alla lezione orale si smarrisse. Certo aveva trattato il tema assegnatogli, la superficie, in modo mi­rabile; aveva anche sostenuto con pieno successo I’ esame, che era stato cosм rigoroso, da suscitare le proteste di Giuseppe Mirabelli, Presidente della Corte di Cassazione di Napoli e componente la Commis­sione esaminatrice. Ma le preoccupazioni non erano meno giustificate, poichй purtroppo chi parla per la prima volta in pubblico puт essere colto da timor panico, se anche conosca il persuasivo e convincente argomento che Socrate addusse a Clarnide, quando gli manifestт il timore di parlare in pubblico1 La Com­missione esaminatrice, presieduta dal Pessina, era composta da Giuseppe Mirabelli, Emanuele Gianturco, Pasquale Fiore, Alessandro Guarracino. Tema della lezione erano le azioni di Stato. Ebbene, non solo non vi fu il timor panico, ma la lezione fu cosм. calma, or­dinata e sapiente, che quando Egli ebbe finito, il Mi­rabelli - il quale, notate, era un magistrato — dimenticò in quel momento di essere uno dei giudici, e diede il segnale di applausi fragorosi, ai quаli subito si as­sociarono gli altri membri della Commissione, nonchй il folto pubblico di studenti e di colleghi, tra cui pia­cemi ricordare il prof. Vincenzo Simoncelli. Cosм a Nicola Coviello si aprirono le porte dell’insegnamento pareggiato, che tenne da par suo per due anni a Na­poli, durante i quali fù suo discepolo. Chiamato quindi & Parma senza concorso, rifiutт per non muoversi da Napoli, e la cattedra venne offerta a Vito de Pirro, anche lui uscito dalla magistratura e morto pochi mesi prima del Coviello. Siccome perт questi era gravemente premuto dalle strettezze finanziarie, si decise a concorrere ed a recarsi ad Urbino, ove nel 1895 inse­gnò le istituzioni di diritto civile e il diritto civile. Da quella libera Universitа passт nell’ insegnamento uf­ficiale nel 1896, col grado di ordinario di diritto civile a Catania, donde non si volle muovere nи quando, per il passaggio del Calisse al Consiglio di Stato, gli venne offerto la cattedra di diritto ecclesiastico a Pisa, nè quando, per iniziativa di Gontardo Ferrini gli fu. offerta la cattedra di diritto civile a Pavia. E 1’ Uni­versitа di Catania gli si и mostrata a~r~i grata di non averla privata del suo glorioso insegnamento, erigen­d ogli un ricordo marmoreo, nel suo Atrio.

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L’ opera scientifica di Nicola Coviello riceve lume dalle ottime doti dell’ Uomo, le quali traspaiono dalle sue opere, anche a quelli che non ebbero la fortuna di conoscerlo di persona. Per essere buon giurista oc­corre infatti anzitutto essere un uomo nel piщ nobile senso della parola. E Nicola Coviello fu davvero giu­rista sommo ed uomo e cristiano cosм perfetto, che non so rendermi ragione perchй non si sia ancora ini­ziato il processo per la sua canonizzazione, come sf e fatto per Gontardo Ferrini.

Giacchй Nicola Coviello osservò e praticт assai fe-delmente la dottrina di Cristo e della Chiesa cattolica, dando raro esempio di nobile tempra di carattere. In questi tempi nei quali, per seguire 1’ andazzo comune, anche cattolici convinti affettano I’ ateismo e 1’ indif­ferenza, per puro rispetto umano, N. Coviello affermт, quante volte gli si porse l’occasione, la sua fede in Dio. La quale si era maturata nel suo spirito attraverso studi profondi, lunghe vigilie e riflessioni mature ed era divenuta piщ viva e piщ vera attraverso le opere dei Padri della Chiesa e dei filosofi cristiani, tra i quali am~ sopratutto il Rosmini. Si puт dire anzi che nei primi anni della giovinezza, nei quali si forma il carattere individuale, egli abbia atteso quasi esclusi­vamente a studi religiosi, perchй non aveva a sua di­Sposizione che i libri che gli veniva man mano for nendo un suo zio materno, Don Marco Summa, uomo rara santitа e di grande talento e del quale anche conservo il ricordo piщ affettuoso, perchè è stato  il mio amato Confessore fino agli ultimi anni della sua vita. In tal ~nodo N. Coviello finм per non limitare il suo studio ~ai~roblemi del diritto, ma per spingerlo nei più alti del mondo sociale, morale e religioso. Preso del fаscino e della veritа della dottrina di Cristo, ne fece la regola della sua condotta sociale e civile. egli si è conservato profondamente sempre . Non ha mai pronunziata una parola aspra nem­meno contro coloro che ne frustrarono i giusti desideri e le legittime aspettati{re, nemmeno quando era piщ cocente in lui il dolore di. non’ аvere potuto tor­nare a Napoli, sia come successore di Gianturco nella cattedra di diritto civilи, sia come consigliere di cas­Sazione, ed anzi non ha mai permesso che altri proflurмaмasse parole acri in sua presenza. “ Rimetti a noi I flostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

fu la norma costante della sua vita. E perciт fu sem­.pre pronto a frenare gli intemperanti giudizi che si Portavano contro chicchessia, fosse anche un suo ne­Tflico. Non odiт mai nessuno, per quanto male gli avesse fatto. Odiт soltanto la bestemmia, e non per­mise mai che in sua presenza alcuno pronunziasse ~ifl a parola sciocca, o che si facesse della maldicenza, cosм comune anche tra le persone colte. Disposto al I’ indulgenza verso gli altri, come era rigido verso sй stesso, trovт sempre una parola di scusa per qualun­que azione, se anche avesse parvenza di scorrettezza e di astio verso la sua persona. Non fece mai pesare 1’ autoritа della sua scienza e del suo intelletto, en­trambi altissirni, perchй era alieno all’ imporsi, come del resto a soffrire imposizioni. Non tollerт nи ricorse mai ad alcuno~dei mezzi di cui molti si dilettano per acquistare notorietа, conscio come era che la gloria doveva derivargli unicamente dalle sue opere insigni. Buono sempre e con tutti, attraeva per la sua infinita bontа, che non si appannava nemmeno tra le torture del male che ne minava la preziosa esistenza, e che gli aveva dato un aspetto malaticcio, che a noi altri amici struggeva il cuore, e che lo abbandonava sol­tanto allorchй, nella foga della lezione, si trasfigurava e si ergeva nella persona, nell’ impeto della dimostra­zione dommatica che gli fioriva sulle labbra e gli ac­cendeva il viso. E con sicura coscienza posso affermare, che Egli fece, come niun altro mai, il suo dovere d’in. segnante, perchй lo compм anche quando la malferma salute gli avrebbe imposto di non uscire di casa. Ma I’ ardore per la scienza, 1’ interesse per i suoi scolari, il desiderio di finire il corso che aveva impreso a trattare —peccato che le sue lezioni siano oramai in­trovabili —, e la non comprensione delle autoritа ac­cademiche per la sua salute, lo distoglievano dal man­care anche ad una sola lezione, tant’и che nella scuola sono maturate le sue opere piщ importanti, come la trascrizione, il manuale di diritto ci Vile e il trattato di di­ritto ecclesiastico. Ed и notevole che, malgrado la mal-ferma salute, Nicola Coviello conservт sempre la piщ grande serenitа dello spirito. Egli infatti — che aveva dei tratti comuni con Leopardi: la gracile fibra e lo stile impeccabile — non si lagnт mai della sua sorte, benedisse sempre Dio, che aveva voluto provarlo in vita. In tal modo Egli lasciт un esempio, degno della piщ alta ammirazione.

Si aggiunga che, malgrado la sua eccellente prepa­razione civilistica, non volle mai esercitare la profes­sione forense, pure essendosi iscritto negli Albi pro­fessionali, della Corte di Appelld e della Cassazione, ed avendo, come tale, assistito talvolta all’ udienza il fratello Leonardo, quando questi non era ancora iscritto nell’ Albo degli avvocati patrocinanti. Occore altresм notare che Nicola Coviello non co­nobbe l’arte di accumulare ricchezze. Oltre i piccoli compensi per qualche consultazione, che, solo per af­fettuose e ripetute insistenze degli amici, si induceva a dare, affatto irrisorio и quello consentito per il trattato di diritto civile. Ma, se al lato patrimoniale dei suoi di­ritti di autore non tenne, ne rivendicт strenuamente il lato morale. Perciт quando un suo editore, senza il suo consenso, ristampт una delle sue piщ pregiate opere, infarcendola di errori tipografici, Egli adм i Tri­bunali per la tutela del suo diritto morale, e l’opera venne giudicata contraffatta, con tutte le eonsegtrenze di legge.

Ed altre prove della sua infinita bontа mi piace qui rilevare. Anche quando altri sfruttт i suoi libri, senza nemmeno citarli, si limitт a dire che i geni s’ incon­trano. Anche quando gli fu contesa l’apertura del concorso per la cattedra di diritto civile, che la morte del suo Maestro aveva lasciаta, vuota nell’ Universitа di Napoli, Egli, che l’avrebbe meglio di chiunque altro illustrata, si tacque, affidandosi completamente ai suoi avvocati per la difesa dei suoi diritti. Anche quando un Ministro Guardasigilli gli propose di nominarlo Consigliere di Cassazione, per la magistratura, Egli, che pure aveva accettata tale offerta, allorchè in seguito la promessagli sede di Napoli gli venne negata, in­vece di protestare, come avrebbe potuto, si tacque. Sopport6 cristianamente le ingiurie degli uomini e con spirito evangelico perdon6 ad essi.

Nicola Coviello perci6 и, per i giovani, un preclaro esempio da imitare. Tenace nel lavoro, da questo sol­tanto trasse il suo sostentamento e il suo conforto: esemplarmente buono, spese il suo ingegno per pre­parare leggi piщ umane e piщ giuste e per alleviare le miserie e i dolori dei trovatelli e dalle classi dise­redate; modesto fino allo scrupolo, non ambi mai onori ed uffici pubblici, perchй non volle subire la tirannia delle maggioranze. Fu felice di avere consa­crata la vita agli studi diletti e alla famiglia, e di avere tratto soltanto da essi le gioie piщ pure, e in essi sol­tanto calmati i suoi dolori.

La conversazione di Nicola Coviello incantava chi aveva la fortuna di parteciparvi, perchй era infiorata di signorile e simpatico hu~nour, condita di sali attici e pervasa da squisito senso di tolleranza, di urbanitа e di socievolezza. La sua intimitа, anzichй diminuirlo, ne faceva meglio valutare le elettissime qualitа morali ed intellettuali: era insomma uno di quei pochi uomini privilegiati, che meglio si conoscono e piщ si apprez­zano. Come il suo maestro Emanuele Gianturco, fu orgoglioso dei suoi umili genitori, che gli avevano dato, con l’esempio di tutta la vita, il piщ puro, il piщ nobile insegnamento, di vivere cioи lavorando, e come il suo maestro egli ha dimostrato che non dalle radici ma dai frutti si giudica l’albиro della nobiltа. Cuori semplici, entrambi credettero nella giustizia degli uomini, perchй ebbero fede in quella di Dio e coope­rarono col meglio delle loro forze a che 1’ impero della giustizia si affermasse sempre piщ nel mondo. Ed egli fu cosм rigido e strenuo osservante del diritto e della legge, che, malgrado i suoi sentimenti religiosi, allorchй ebbe I’ incarico dell’ insegnamento del diritto eccle­siastico e quindi studi6 le questioni delle relazioni fra Stato e Chiesa, non gli fecero velo le sue convinzioni religiose, nи si turb6 all’ idea che le leggi eversive erano state elaborate sotto 1’ impressione di uno sp i-rito settario, ma prest6 ossequio alla legge scritta, come deve fare ogni ser~no giureconsulto. Perci6 al termine di sua vita egli non poteva, come il buon Gino da Pistoia, lamentare in un sonetto amaramente” gli anni perduti nel vano studio dileggi umane e non sempre giuste

Nicola Coviello, intento sempre ad assolvere il dovere che derivava dalla legge di caritа, di partecipare cioи quanto и possibile alle sventure dei nostri fratelli per alleviarle, se ha potuto, nel supremo momento, rac­cogliere, in uno sguardo solo, la sua opera di giurista e di uomo, non ha certo avuto assalito l’animo buono dal rimorso che tormentava Gino da Pistoia, ma ha dovuto essere contento della sua breve giornata. La mattina deI 1.0 agosto 1913, N. Coviello parve avesse il presentimento della prossima fine. Alla diletta com­pagna della sua vita, che era con i figli a Benevento, scrisse il sistema che doveva tenere nell’educazione dei figliuoli, dicendole di ognuno il carattere e sco­prendone le tendenze. Nel pomeriggio poi si chiuse nel suo studio per recitare l’ufficio dei defunti in suf­fragio dell’anma d~l padre, della cui morte ricorreva l’anniversario. E quando verso sera il fratello Leonardo si recа a salutarlo, lo trov6 agli estremi, col libro aperto all’ultima pagina della preghiera. Cosм Nicola Coviello и morto come и vissuto; modesto fino al­l’esagerazione; buono fino alla santitа; grande fino alla genialitа. Aveva piщ volte espresso la volontа di

funerali modesti. Un breve comunicato della famiglia per mezzo di un giornale del mattino, onoranze fu­nebri modestissмme,: questo fu l’estremo addio alla vita; queste furono le esequie di uno dei piщ forti campioni della scienza civilistica italiana. Egli и sceso nel sepolcro, cristianamente, santamente come era vissuto, rassegnato al crudele destino, che ne spezzava a 46 anni la nobile esistenza. Unica sua gioia la fa­miglia; unico suo conforto la fiducia nella giustizia e nella misericordia di Dio. Catania ne volle eternare l’effigie nel s’j Ateneo; le maggiori riviste italiane ne fecero l’elogio; i maggiori civilisti e romanisti sen­tirono la sua perdita come un profondo lutto per la scienza giuridica italiana. Avigliano partecip6 ~al lutto della famiglia e volle a lui intestata la strada, ove visse nella sua fanciullezza, e deleg6 me a ricordarne la vita e le opere nella celebrazione dei funerali che se ne fece nel trigesimo della sua morte. Una lastra di marmo col semplice suo nome e la data della nascita e della morte racchiude le sue ceneri nel si­lenzioso Camposanto di Miano; ma la sua fama suona alta, ovunque vi sono studiosi che si appassionano ai piщ gravi e profondi problemi del diritto.

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Esposta cosм, a larghi tratti, la personalitа di Nicola Coviello, vediamone ora il giureconsulto. Il Codice civile italiano и informato al principio in­dividualjstjco, che ha imperato su tutta la vita del diritto fino alla guerra mondiale.

Liberate I’ individuo, si diceva, da ogni vincolo, dal­l’ imperio dell’autoritа e della tradizione; non dimen­ticate 1’ insegnamento di Emanuele Kant: “ Non debbo rendere conto che a me stesso, non debbo servire che me stesso, non posso dimenticare me stesso nel mio lavoro; sono solo, sono libero, sono il mio unico padrone ,,. Solo attuando tale liberazione, si diceva, tutto andrа bene, e nel mondo rifiorirа eterna primavera. Per  non si era pienamente di accordo sui limiti di tale liberazione.

Gitta i tuoi vincoli, uman pensiero; cantava bensм Giosuи Carducci e con lui ripetevano tutti coloro che credevano bastasse liberare la perso­nalitа umana dai dogmi religiosi, perchй 1’ individuo potesse muoversi ed esplicare tutta l’attivitа di cui e capace, senza bisogno di attingere la norma di con­dotta alla legge religiosa, ma unicamente alla legge morale. Ma altri andavano piщ oltre e pensavano non bastasse la liberazione dell’ individuo dalla religione, ma che occorresse altresм liberarlo dai vieti pregiudizi di ogni genere ed affrancare il commercio dai vecchi ceppi. Essendo, a loro avviso, pessima la societа ed ottimo 1’ individuo, bastava lasciare libero quest’ultimo perchй operasse bene. Altri a loro volta sostenevano doversi liberare 1’ individuo anche da’Ila legge, che definivano tirannica espressione della volontа della maggioranza o del Principe, non prodotto della vo­lontа individuale. Perci6 pretendevano che la legge dovesse sempre essere contenuta nei limiti tracciati dalla giustizia e dai diritti individuali. Nessun dovere, essi dicevano, ci pu6 legare verso leggi che non sol­tanto restringano le nostre legittime libertа, e si op­pongano ad azioni che esse non hanno alcun diritto di proibire, ma che ci comandino delle azioni con­trarie ai principi eterni di giustizia e di pietа, che

L’uomo non puo’ cessare di osservare, senza smentire la propria natura.E per tacere di altri sistemi, vi era anche chi naviga qualsiasi limite, anche quello della legge morale . L’individuo è l’unico legislatore ed assertore della propria personalitа, che contrappone tutte le leggi a etico-sociali unica sua norma è la sua coscienza egli deve essere libero di agire a suo ta­lendo la legge universale, che si manifesta nella sua ragione. Tale Individuo  poi si attuava in varie forme.

Nel campo economico, si traduceva nella teoria del libero scambio e nella affermazione della concorrenza illimitata nelle industrie e nei commerci. Nel campo politico si attuava nel tradurre in pratica il concetto di libertà negativa, definito dal Gianturco nel senso lo Stato si debba limitare a garentire all’ individuodi operare secondo la sua ragione, e a tutelare la libertа .ci:ascuno contro le invasioni dei rimanenti consociati

Nel campo giuridico infine, si attuava con l’energica affermazione, che la volontа dovesse essere la fonte ogni diritto, e che nemmeno la legge potesse bligare indipendentemte dalla volontа. Quanto poi agli studi giuridici, ai tempi in cui Nicola mosse i primi passi nella scienza, ne era appena cominciato il rinnovamento. Ma Egli ebbe la fortuna di compiere i suoi studi sotto la guida di uno dei più geniali rinnovatori. Emanuele Gianturco, altra a gloria del mio paese nativo, aveva da pochi pubblicata la parte generale del Sistema di dirittocivile che destò nel mondo degli studiosi la più alta ammirazione, e che parve e fu la rivelazione di un altissirmo intelletto, di un giureconsulto sommo, parve fu I’ alba luminosa della creazione di una scuola ettamente italiana, indipendente dalle pedestre ese­si dei commentatori francesi e dalla formalistica costruzione dei giuristi tedeschi. Per la nostra scuola invece il diritto deve servire alla vita; l’elemento eco­nomico e sociale deve, nella interpretazione delle leggi nella formazione di esse, prevalere alle esigenze meramente teoriche; la cultura storica in tanto si deve pregiare, in quanto possa servire a meglio illustrare lo spirito delle nostre leggi; il diritto è unitа organica ed armonica, che tutto Disogna conoscere, per trat­tarne degnamente. Come sosteneva il Gianturco, questo и il metodo veramente nazionale, poichй i giurecon­sulti romani e i loro maggiori interpreti italiani si sono segnalati sopratutto per felice connubio della scienza con la pratica, per profonda intuizione dei rapporti intimi tra il diritto e la vita

Tale erano larghissimi tratti, lo stato della scienza giuridica, quando vi fece il suo ingresso Nicola Co­viello. Ad esso occorreva accennare, perchй meglio risaltasse l’opera di Lui, che di quella scuola fu uno dei piщ insigni rapprиsentanti. Egli doveva coronare l’opera sua con un’altra parte generale del trattato di diritto civile, che, pure riattacandosi idealmente a quella del Maestro, ha particolari pregi di originalitа e di profonditа. E se l’apparato bibliografico vi è un p6 deficiente, avendo voluto il Coviello conservarle il carattere di libro maturato nella scuola, non si può dubitare che essa costituisce la guida piщ sicura e precisa dei sommi principi della scienza del diritto

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La teorica dell’ individualismo, unilaterale ed in­completa, non aveva sedotto l’alto intelletto di Ema­nuele Gianturco. Egli, che affermava con Dante essere il diritto hominis ad hominem proportio, aveva giа con nobilissime parole, in una prolusione universitaria ri­masta famosa, rilevato che un vizio radicale inficia le nostre leggi, cioи il cieco ossequio alla libertа indi­viduale, anche a scapito dell’elemento sociale, ed aveva proclamato, che, se le esigenze della societа non deb­bono sopraffare quelle dell’ individuo, non debbono essere nemmeno sopraffatte da queste.

Ed appunto sotto la benefica e sapiente influenza di tanto giureconsulto, che per Lui ebbe sempre molto affetto e che di Lui si gloriщ come di uno tra i suoi migliori discepoli, Nicola Coviello tenne fede a quella scuola, e ne fu tra i piщ degni continuatori, tanto che si puщ dire che Egli abbia assottigliato 1’ ingegno per combattere sante battaglie, per fare del bene alle classi diseredate, dalle quali era sorto e delle quali sentiva le miserie e i dolori; per affrettare l’avvento del regno della giustizia, “ sogno degli uomini antichissimi, sospiro di tutti i buoni, preghiera dei credenti E fu davvero santa una delle sue prime battaglie:

quella combattuta in favore della equitа nei contratti. Egli notò come unilaterale fosse il concetto di libertа e come dovesse essere completato da quello di egua­glianza, poichй acutamente osservò che “la libertа senza eguaglianza significa libertа di un solo o di piщ, e libertа di un solo и tirannia da una parte, schiavitщ dal­l’altra ,,. Rilevò, con profonda analisi, che il diritto romano, basandosi sul principio individualista della libertа, espresso con la massima volenti et consentienti non fit injuria, giunse alla logica conseguenza di ne­gare la necessitа dell’eguaglianza d’interessi tra i con­traenti, proclamando il principio che la distrugge, che sia lecito cioи ingannare l’altro contraente. Dimostrò quale profonda modificazione in tale concetto sia de­rivata per opera della nuova legge di fratellanza e di eguaglianza proclamata dal cristianesimo, e quale re­gresso rispetto ad esso, e alla scuola di diritto natu­rale, che ne aveva accolta la dottrina, rappresentino il codice francese e il nostro. E riattaccandosi alla ri­cordata prolusione del Gianturco, Nicola Caviello rilevò “ che in tempi, in cui si ha sete ardente di giustizia e di eguaglianza, 1’ egoistico principio romano ripugna alla coscienza morale e giuridica, la quale piщ non si ap­paga di vane lustre di libertа e di equitа a parole

Fece quindi voti che una legisiazione informata ai principi di giustizia venga a conformare a questa le sue disposizioni di diritto contrattuale e ad incarnarla negl’ istituti giuridici, col negare ogni efficacia alle private convenzioni che si vengano a trovare in con­trasto con essa. Elevando infine lo sguardo oltre gli stretti limiti del diritto, affermò che “ la mancanza di equitа nei contratti, e specialmente in quelli di lavoro,una delle fonti principali, se non l’unica, della disugua­glianza sociale e della lotta di classi ,,, che purtroppo diffonde l’odio di classe e produce fosche esplosioni di odio e di vendetta.

Quando poi Nicola Coviello fu chiamato ad insegnare diritto civile nell’ Universitа di Catania, fece una piщ energica affermazione degli stessi principi, trat­tando della responsabilitа senza colpa. Dopo avere dato uno sguardo alla scienza civilistica di quel tempo e censurato “ il nugolo dei critici, che senza tregua nи posa fanno guerra feroce all’ attuale legislazione, confondendo il diritto costituito col costituendo ,,, proclamò che egli non intendeva esser posto tra costoro, ma nemmeno tra quelli che credono non debba toccarsi in alcun modo il codice civile, per il quale professano una specie di feticismo. E dopo aver dimostrato che il prin­cipio, che non vi и responsabilitа senza colpa, и dovuto a ragioni di ordine storico, non giа di ordine

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